TAR LOMBARDIA – SEZIONE STACCATA DI BRESCIA

SENTENZA N.928 / 2004


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO


Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia – Sezione staccata di Brescia ha pronunciato la seguente


SENTENZA


sul ricorso 628/2003, proposto da


Lega Ambiente Lombardia, in persona del suo Presidente pro tempore e Mountain Wilderness Italia, in persona del suo legale rappresentante pro tempore e da RANCATI Alberto, RACCONI M. Luigia, MONTI Enzo, BELGE’ Armanda, COSTANTINO M. Letizia, RANCATI Luca, RANCATI Mirella, VOLPI Enzo, PECI Martino e Franco, MESSINA Antonio, BRESCIA Antonio, MIORINI Piera, MORESCHI Severino, GHITTI Luca, MAGNOLINI Giovanni, MENSI Martino, PECI Cristina, PECI Enrica, LOZZA Alberto, MIORINI Anna, ARICI Lucia, STEFANINI Massima, ARIENTI Paolo, BONARDI Marco e ZENDRA Piera, rappresentati e difesi dall’Avv. Gemma Simolo ed elettivamente domiciliati presso la Segreteria della Sezione in Brescia, Via Malta, 12


contro


il Comune di Borno, in persona del Sindaco pro tempore, costituitosi in giudizio, rappresentato e difeso dagli Avv.ti Gianfranco Fontana, Italo Ferrari e Francesco Fontana ed elettivamente domiciliato presso il loro studio in Brescia, Via Armando Diaz, 28


e nei confronti


dell’Associazione Nazionale Alpini – Sezione di Valle Camonica – Gruppo di Borno, in persona del suo Presidente pro tempore, non costituitasi in giudizio


e


della Regione Lombardia, in persona del Presidente della Giunta regionale pro tempore, costituitasi in giudizio, rappresentata e difesa dall’Avv. Antonella Forloni ed elettivamente domiciliata presso lo studio dell’Avv. Donatella Mento in Brescia, Via Antonio Gramsci, 28


per l’annullamento


della concessione edilizia 14.5.1999, n. 4421 rilasciata all’Associazione Nazionale Alpini – Sezione di Valle Camonica - Gruppo di Borno per la costruzione di un nuovo edificio ecclesiastico e la sistemazione di un tratto di strada d’accesso, della delibera 13.3.1999, n. 16 del Consiglio comunale, con cui è stata approvata la convenzione con l’A.N.A. per la concessione in diritto di superficie dell’area di proprietà comunale in località Val Moren, del decreto 29.7.1998, n. 3232 di autorizzazione paesistica ai sensi della L. 29.9.1939, n. 1497, della delibera della Giunta regionale 29.5.1998, n. 36433, avente ad oggetto lo stralcio dell’area in questione dall’ambito territoriale n. 15, già individuato con delibera della Giunta regionale 10.12.1985, n. IV/3859, nonché della nota con cui il Sindaco di Borno ha dichiarato di pubblica utilità la costruzione del ridetto fabbricato


e


sul ricorso n. 821/2002 proposto da


LEGA AMBIENTE, in persona del suo Presidente regionale pro tempore, CORBELLI Abramo, MAZZOLI Antonio, RANCATI Alberto, MENSI Martino, PECI Enrica Santina, PECI Cristina, LOZZA Roberto e MORESCHI Severino


rappresentati e difesi dall’Avv. Gemma Simolo ed elettivamente domiciliati presso la Segreteria della Sezione in Brescia, Via Malta, 12


contro


il Comune di Borno, in persona del Sindaco pro tempore, costituitosi in giudizio, rappresentato e difeso dagli Avv.ti Gianfranco Fontana, Italo Ferrari e Francesco Fontana ed elettivamente domiciliato presso il loro studio in Brescia, Via Armando Diaz, 28


e nei confronti


dell’Associazione Nazionale Alpini – Sezione di Valle Camonica – Gruppo di Borno, in persona del suo Presidente pro tempore, non costituitasi in giudizio


e


della Regione Lombardia, in persona del Presidente della Giunta regionale pro tempore, costituitasi in giudizio, rappresentata e difesa dall’Avv. Antonella Forloni ed elettivamente domiciliata presso lo studio dell’Avv. Donatella Mento in Brescia, Via Antonio Gramsci, 28


per l’annullamento


della concessione edilizia 5.7.2002, n. 6145, avente ad oggetto il completamento di un nuovo edificio ecclesiastico in Borno, rilasciata all’Associazione nazionale Alpini – Sezione di Valle Camonica – Gruppo di Borno, del parere positivo 15.2.2002 reso dalla Commissione edilizia, del decreto 28.3.2002, n. 883, con cui è stata rilasciata l’autorizzazione paesistica in subdelega, del provvedimento 18.4.2002, n. 884, con cui è stato autorizzato lo svincolo idrogeologico del pari in sub delega, nonché della delibera della Giunta regionale 29.5.1998, n. 36433, con cui l’area interessata all’edificazione, già inserita dalla Regione tra gli ambiti territoriali di particolare interesse ambientale con delibera della Giunta 10.12.1985, n. IV/3859, è stata stralciata d questi ultimi


Visti i suddetti due ricorsi con i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Borno e della Regione Lombardia;

Vista la memoria notificata il 14 ed il 15.11.2003, con cui Lega Ambiente, Mazzoli Antonio e Rancati Alberto hanno impugnato la delibera 4.7.2003, n. 24, con cui il Consiglio comunale ha disposto l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale della chiesetta medio tempore realizzata in località Val Moren, dell’ordinanza 20.5.2003, n. 678, con cui è stata ordinata la demolizione di quest’ultima e della delibera della Giunta comunale 8.5.2003, n. 76, con cui è stato stabilito il mantenimento della stessa chiesetta in luogo di dare corso alla sua demolizione

Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle proprie difese;

Visti gli atti tutti della causa;

Designato come relatore, alla pubblica udienza del 10.2.2004, il dott. Antonio Massimo Marra;

Uditi, altresì, i procuratori delle parti;

Ritenuto in fatto e diritto quanto segue:


FATTO


1 – Con il primo dei due ricorsi indicati in epigrafe, notificato il 24 ed il 28.7.1999 e tempestivamente depositato presso la sede di Milano, gli istanti hanno impugnato la concessione 14.5.1999, n. 4421 rilasciata al Gruppo di Borno degli Alpini per l’edificazione di una chiesetta e la sistemazione della relativa strada d’accesso su un’area di proprietà comunale in località Val Moren, del decreto 29.7.1998, n. 3232 di autorizzazione paesaggistica, della delibera 29.5.1998, n. 36433 con cui la Giunta regionale ha stralciato la stessa area dall’ambito n. 15 delle aree sottratte ad ogni edificabilità in ragione del loro elevato valore ambientale.


A sostegno del suddetto ricorso sono stati dedotti i seguenti motivi: 1) eccesso di potere per sviamento e per motivazione incongrua, illogica e insufficiente, non avendo la Giunta regionale sotto alcun profilo giustificato il prevalere degli interessi pubblici e sociali sottesi all’opera medesima rispetto alle poziori esigenze ambientali espresse dalla zona già in precedenza tutelata; 2) violazione di legge per difetto di motivazione ed eccesso di potere per mancata istruttoria, violazione dell’art. 3 della L.r. 9.6.1997, n. 18, essendo stata omessa nell’autorizzazione paesistica l’indicazione delle ragioni poste a fondamento del parere favorevole espresso e dell’esito della svolta istruttoria; 3) violazione dell’art. 5 della stessa L.r., poiché la commissione edilizia non sarebbe stata integrata dagli esperti ambientali; 4) violazione dell’art. 2 della L.r. 7.6.1980, n. 93, poiché la concessione edilizia violerebbe, pur in presenza della vista autorizzazione, le previsioni vigenti per la zona agricola; 5) violazione degli artt. 9, lett. f) della L. 28.1.1977, n. 10 e 1 e 2, 2° comma della L.r. 9.5.1992, n. 20, non trovando alcuna giustificazione la disposta gratuità della concessione, prevista soltanto quando venga rilasciata ad enti istituzionalmente preposti al culto.


Si sono costituiti in giudizio sia il Comune di Borno sia la Regione Lombardia, richiedendo la reiezione dell’impugnazione.


In occasione della camera di consiglio del 19.8.1999 la II Sezione del T.A.R. Lombardia – sede di Milano accoglieva temporaneamente l’istanza incidentale, disponendo istruttoria, che veniva successivamente reiterata nelle successive camere di consiglio del 28.10 e del 16.12.1999 con successiva, definitiva sospensione degli atti impugnati in data 14.6.2000.


2 – Con il secondo ricorso introdotto, depositato presso questa Sezione, i deducenti hanno impugnato la concessione edilizia 5.7.2002, n. 6145, avente ad oggetto il completamento delle opere relative alla costruzione della medesima chiesetta in Borno, premettendo che la stessa è stata rilasciata nonostante la sopra menzionata sospensione della concessione edilizia 14.5.1999, n. 4421 e deducendo i seguenti motivi: 1) eccesso di potere per travisamento dei presupposti di fatto e di diritto, restando interdetto al Comune di rilasciare la concessione per il completamento di un’opera rispetto alla quale era tuttora sospesa la concessione originaria; 2) illegittimità derivata per violazione dell’art. 3 della L. 7.8.1990, n. 241, eccesso di potere per carente istruttoria; violazione dell’art. 3 della L.r. n. 18/97 e dell’art. 25 del piano paesistico regionale e degli indirizzi di tutela, in base ai quali deve essere tutelata la fruizione dei versanti e delle cime, debbono essere mantenuti sgombri i prati d’altitudine, i crinali e le dorsali in genere; 3) difetto di motivazione e d’istruttoria, violazione dell’art. 87, 2° comma del regolamento edilizio comunale alla luce della assunta, palese inadeguatezza dell’istruttoria ambientale svolta; 4) difetto di motivazione e d’istruttoria, apparendo del pari priva di giustificazione la rilasciata autorizzazione concernente il vincolo idrogeologico; 5) eccesso di potere per sviamento e sotto altri profili, in quanto la delibera della Giunta regionale, essendo stata in precedenza assoggettate a vincolo di totale inedificabilità le aree circostanti il Comune di Borno al di sopra dei 1000 m. fino alla data di approvazione del piano paesistico regionale, avrebbe immotivatamente assentito lo svincolo del sedime della chiesetta in questione e quello della relativa strada d’accesso con palese violazione dei criteri stabiliti per dar corso allo stralcio.


Anche nel suddetto giudizio si sono costituiti il Comune di Borno e la Regione Lombardia, che resistono in rito e nel merito alle introdotte censure.


In occasione della camera di consiglio del 24.9.2002, dopo decreto monocratico d’accoglimento dell’istanza cautelare avanzata il 7.9.2002, la Sezione accordava la richiesta sospensione degli atti impugnati.


Successivamente all’udienza del 24.4.2003 la causa veniva rinviata a nuovo ruolo, essendo stata avanzata da parte del difensore dei ricorrenti domanda di riunione del primo ricorso ancora pendente davanti alla sede di Milano a quello successivamente introdotto ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 273 e 274 c.p.c..


Con ordinanza in data 15.4.2003, n. 35 il Presidente del T.A.R. Lombardia accoglieva la suddetta richiesta, ordinando alla Segreteria della II Sezione di trasmettere il fascicolo di cui al ricorso 3048/99 alla Segreteria della Sezione presso la quale è stato rubricato con il n. 628/2003.


Successivamente il Sindaco ed il Responsabile dell’Ufficio tecnico del resistente Comune, richiamata la delibera della Giunta municipale 8.5.2003, n. 67, contenente l’invito ad adottare un provvedimento definitivo sulla vicenda all’esame dopo le ordinanze con cui era stata accolta la domanda incidentale proposta dai ricorrenti, ingiungevano la demolizione della menzionata chiesetta entro il termine di 30 giorni, ritenendo applicabile l’art. 7, 2° e 3° comma della L. 28.2.1985, n. 47 alla luce della sussistenza di un presupposto analogo all’assenza di concessione edilizia.


Con determinazione 23.6.2003, n. 3192 si dava, poi, atto dell’inottemperanza al suddetto ordine e della conseguente acquisizione della detta costruzione a titolo gratuito al patrimonio del Comune.


Infine, con delibera 4.7.2003, n. 24 il Consiglio comunale stabiliva dì non dar corso alla demolizione per l’esistenza di prevalenti interessi pubblici al mantenimento della vista chiesetta e l’affermata assenza di un contrasto con rilevanti interessi pubblici e ambientali.


Con memoria notificata il 14 ed il 15.11.2003 Lega Ambiente congiuntamente a Mazzoli Antonio ed a Rancati Alberto hanno impugnato le indicate statuizioni, assumendone l’illegittimità: 1) per travisamento dei fatti, poiché non corrisponderebbe al vero che la sospensione accordata per le due concessioni edilizie impugnate equivarrebbe al ritiro di fatto delle stesse; 2) per violazione dell’art. 107 del D.Lgs. 18.8.2000, n. 267, che attribuisce in via esclusiva ai dirigenti amministrativi il potere di emanare atti di gestione; 3) per violazione dell’art. 7, 3° comma della L. 28.2.1985, n. 47 per l’arbitraria riduzione a 30 giorni del termine ivi previsto per la demolizione di manufatti abusivi; 4) per violazione dell’art. 31, 5° e 6° comma del D.P.R. 6.6.2001, n. 380, atteso che, diversamente da quanto allegato dal Consiglio comunale, l’area interessata dalla chiesetta sarebbe stata illegittimamente stralciata dalla Regione Lombardia dal novero dei siti di elevata naturalità e sarebbe comunque inedificabile; 5) violazione sotto altro profilo delle stesse disposizioni sopra indicate ed eccesso di potere per difetto di motivazione e d’istruttoria, essendo in concreto mancata una valutazione comparativa tra l’interesse pubblico alla riduzione in pristino ed eventuali, diversi interessi pubblici, come tali prevalenti rispetto alla prima esigenza segnalata, il che varrebbe, altresì, per la svolta e richiamata relazione sul piano ambientale.


Nell’imminenza dell’udienza fissata per la discussione dei due ricorsi i difensori delle parti hanno prodotto memorie, insistendo nelle proprie conclusioni.


In data 10.2.2004 le due cause sono state trattenute a sentenza.


DIRITTO


1 - Come è stato brevemente suesposto in punto di fatto i due ricorsi, che ai fini della decisione possono essere riuniti, stante la loro palese connessione soggettiva ed oggettiva, sono stati rivolti avverso una prima concessione edilizia, rilasciata il 14.5.1999 per l’edificazione di una chiesetta in località montana nel territorio del Comune di Borno, nonché avverso la successiva concessione 5.7.2002, avente ad oggetto il completamento della stessa dopo che i relativi lavori erano stati sospesi a seguito di ordinanze cautelari della sede di Milano di questo T.A.R. e della Sezione.


Con motivi aggiunti sono stati, poi, impugnati tutti quei successivi provvedimenti, ivi compresa la delibera consiliare 4.7.2003, n. 24, con cui, dopo l’emissione di ordinanza di demolizione rimasta inottemperata, la chiesetta è stata acquisita in proprietà da parte del Comune, che ha infine dichiarato l’insussistenza di ragioni per dar corso alla demolizione d’ufficio.


E’ altresì da sottolineare che detti ultimi provvedimenti sono stati adottati sul rilievo che la sospensione disposta in sede giurisdizionale delle viste concessioni autorizzasse de facto a ritenerne l’inesistenza.


2 – In via preliminare vanno disattese le eccezioni di difetto di legittimazione degli istanti, dovendosi rilevare che, da una parte, Lega Ambiente è titolare, quale Associazione regolarmente registrata, della legittimazione in materia ambientale e che, dall’altra, i cittadini residenti sono del pari legittimati a proporre il ricorso, che non si limita, infatti, a prospettare la lesione d’interessi diffusi, quali sono tipicamente quelli ambientali, ma anche d’interessi edilizi ed urbanistici alla conservazione del territorio, ove si assumano sussistenti vincoli d’inedificabilità.


Del resto la giurisprudenza amministrativa ha di recente riconosciuto che, anche nella materia più tipicamente ambientale, i singoli non perdono la legittimazione, ogni volta che i correlati valori appaiano compromessi per effetto di titoli edilizi astrattamente produttivi di effetti sull’intera collettività comunale (Cons. Stato Sez. VI 27.9.2002, n. 4972; T.A.R. Veneto Sez. II 5.6.2000, n. 1161; T.A.R Campania – Napoli 23.10.2001, n. 4639). Può restare conseguentemente assorbita l’identica eccezione mossa avverso Mountain Wilderness.


Sempre in via preliminare va disattesa anche l’eccepita tardività dei due ricorsi, essendo ben noto che, in materia di rilascio delle concessioni edilizie, l’onere di provare la piena conoscenza di esse in capo ai ricorrenti incombe a colui che l’eccepisce, il che nella specie non è avvenuto né per quanto concerne la prima concessione e le connesse, previe determinazioni comunali e regionali, per le quali non vale a far decorrere il relativo termine di decadenza l’avvenuta pubblicazione di esse, né per la seconda concessione rilasciata per il completamento delle opere, per la quale deve dirsi che lo stato di fatto anteriore al suddetto titolo non era comunque idoneo, in difetto di una diversa ed univoca prova, a comprovare la tardività del ricorso.


3 - Passando all’esame del merito osserva il Collegio che, nell’economia della presente vicenda processuale, assume prioritario rilievo la definizione dei motivi aggiunti da ultimo introdotti, nonché di ogni censura che a questi ultimi sia strettamente connessa, essendo palese che, nel caso che gli stessi siano da disattendere, verrebbe meno ogni interesse a coltivare i ricorsi per tutti i motivi anteriormente dedotti, che sarebbero inevitabilmente assorbiti dalle statuizioni con cui l’immobile, passato in proprietà comunale, non dovrebbe comunque essere demolito.


Imprendendo l’esame dalla prima delle illustrate censure va rilevato che il denunciato travisamento dei fatti non è peraltro sussistente.


Ben al di là, infatti, delle formule di rito utilizzate nell’ordinanza 20.5.2003, n. 678 appare al Collegio evidente che, proprio perché l’Autorità amministrativa resta titolare delle sue potestà anche nel corso della lite, la dichiarata ed incondizionata adesione alle ordinanze cautelari sopra ricordate, che emerge dagli effetti dalle stesse provvisoriamente introdotti, in altro non si traduce se non nell’autonomo riconoscimento della fondatezza nel merito delle impugnazioni avanzate: da ciò, quindi, la susseguente necessità di prenderne atto, reputando implicitamente sussistenti tutti i presupposti per l’annullamento in via di autotutela delle due concessioni, come reso altrettanto evidente dalla determinazione di dar corso alla demolizione in base all’art. 7, 2° e 3° comma della L. 28.2.1985, n. 47, che postula, infatti, l’insussistenza del titolo concessorio ovvero il suo successivo venir meno per fatto dell’Amministrazione.


Con il secondo motivo è stata denunciata la violazione dell’art. 107 del D.Lgs. 18.8.2000, n. 267, avendo il Sindaco arbitrariamente interferito con l’attività di gestione del settore edilizio ed urbanistico comunale spettante al solo Responsabile dell’Ufficio tecnico.


Anche tale censura appare, tuttavia, affidata ad un presupposto di fatto, che non sussiste nella specie, poiché l’ordinanza in questione è stata comunque sottoscritta dal suddetto Responsabile dell’Ufficio tecnico, il che priva dunque di ogni valore realmente e sostantivamente inficiante il provvedimento congiuntamente sottoscritto anche dal Sindaco.


Va, invece, dichiarata inammissibile per difetto d’interesse la terza censura, con la quale è stata rilevata la pur drastica riduzione a 30 giorni del termine di 90 giorni prevista dall’art. 7, 3° comma della L. 47/85 per la demolizione ingiunta al privato trasgressore: al riguardo, infatti, la legittimazione a gravarsi ed a dedurre la vista ed esistente violazione non può che competere a quanti siano tenuti al relativo adempimento.


Ad un diverso ordine di argomentazioni si presta, invece, il quarto motivo introdotto in via aggiunta, con il quale è stata frontalmente contestata la motivazione addotta dal Consiglio comunale a sostegno dell’acclarata sussistenza di prevalenti interessi pubblici a non demolire la vista chiesetta e della concorrente inesistenza del contrasto con rilevanti interessi urbanistici e/o ambientali.


Sotto il profilo edilizio è stato, infatti, osservato che la decisione di non abbattere il manufatto abusivo sarebbe interdetta dall’art. 31, 6° comma del D.P.R. 6.6.2001, n. 380, essendo detta opzione prevista soltanto a condizione che, con puntuale delibera consiliare, non si attesti l’esistenza di prevalenti interessi pubblici e sempre che l’opera non contasti con rilevanti interessi urbanistici o ambientali. Per conseguenza, vertendosi nella specie all’interno di una zona gravata da vincolo di inedificabilità, non si profilerebbe altra soluzione se non la demolizione della chiesetta da parte del Comune.


Per la definizione della vista censura deve, tuttavia, farsi necessario riferimento alla delibera della Giunta regionale 29.5.1998, n. 3643, che è stata anteriormente impugnata e per la quale occorre dunque accertare la sussistenza o meno dei denunciati profili di eccesso di potere.


Secondo i ricorrenti si configurerebbe al riguardo un palese sviamento, avendo la Giunta regionale perseguito interessi diversi da quelli per i quali il potere è stato attribuito, mentre la motivazione sarebbe incongrua, contraddittoria e comunque insufficiente anche sotto il profilo ambientale, oltre che viziata per travisamento della realtà dei fatti.


Rileva in proposito il Collegio che, con l’indicata delibera, la Giunta regionale, dopo aver richiamato in linea generale la potestà di predisporre un provvedimento di stralcio nelle aree già sottoposte a misure di salvaguardia fino all’entrata in vigore del nuovo piano paesistico regionale, ha preso in esame la richiesta a tal fine avanzata dal Comune di Borno per la realizzazione di una chiesetta e la sistemazione del relativo accesso ed ha, infine, dato corso allo stralcio, previo richiamo dell’istruttoria svolta e della proposta al riguardo avanzata dal Dirigente del Servizio competente; a tale stregua è stata dunque positivamente considerata la possibilità di soddisfare gli interessi pubblici e sociali sottesi alla stessa, attestando l’inesistenza di ragioni assolute di immodificabilità tali da giustificare la permanenza del vincolo.


In ordine alle censure per questo aspetto denunciate vale, anzitutto, osservare che il lamentato difetto d’istruttoria non si profila nella vicenda all’esame, avendo la Giunta regionale provveduto dopo aver fatto verificare dai propri Uffici l’inesistenza di motivi ostativi.


Quanto, poi, all’assunta violazione dei criteri stabiliti dalla delibera 26.4.1988, n. 4 è sufficiente porre in luce che la rimozione della ridetta temporanea salvaguardia è stata consentita in presenza di un’improrogabile necessità di realizzare opere di particolare rilevanza pubblica o sociale: il che accredita dunque la conclusione che, nel ricorso del prescritto presupposto, la possibilità del suddetto stralcio sia stata poi oggetto di discrezionale apprezzamento da parte della Regione.


Relativamente all’allegata insussistenza degli estremi in fatto sulla cui scorta la ridetta potestà è stata positivamente esercitata occorre precisare che l’opera consiste in una chiesetta alpina della superficie di 28 mq. con un vano annesso con la stessa comunicante di ulteriori 23 mq. ed un piccolo portico, quale spazio di servizio e di riparo, posta ad una quota superiore a 1700 m..


Circa la funzione assolta dalla vista opera non pare dubbio che essa soddisfi direttamente, come del resto non è contestato dai ricorrenti, l’esigenza di apprestare un luogo di riflessione e di preghiera sia per la popolazione alpina, di cui è altrettanto nota la religiosità, sia per quanti si trovano a fruire di spazi di straordinaria bellezza naturale, quali sono quelli in questione.


Da questo punto di vista il riconoscimento che la progettata struttura, da realizzarsi direttamente e gratuitamente dal Gruppo degli Alpini di Borno,esprima un bisogno sociale trova dunque diretto fondamento nella suddetta realtà e nell’aspirazione da parte della piccola comunità locale di poter fruire della suddetta chiesetta.


Trova dunque applicazione nella specie la giurisprudenza della Sezione VI del Consiglio di Stato, che ha affermato che la mera indicazione della sussistenza del presupposto richiesto da una norma per l’emanazione di una determinazione a contenuto rigidamente vincolato non si traduce in alcun difetto di motivazione, ogni volta che sia possibile acclarare che lo stesso si configuri conformemente a quanto reputato dall’Amministrazione (Sez. VI 19.3.1992, n. 174): il che, si soggiunge, non può non valere anche in ogni diversa ipotesi in cui, dopo l’enunciazione dei fatti cui non faccia seguito un tratto di attività amministrativa del tipo sopra indicato, sia associata una valutazione di natura eminentemente discrezionale. Mentre, invero, in tale ultima fase il controllo in sede giurisdizionale resta esterno e di tipo esclusivamente sindacatorio, la verifica dell’effettiva sussistenza della vicenda menzionata in fatto resta di natura cognitoria con la conseguenza che la stessa, come ha ben sottolineato il Consiglio di Stato., è del tutto insensibile ai denunciati vizi della motivazione.


Da ciò discende dunque che la Giunta regionale, quando ha preso atto della prospettata esigenza sociale, quale testimoniata dall’unanime richiesta formulata dal Consiglio comunale di Borno, ha rettamente reputato che le circostanze del caso fossero sufficienti ad integrare il presupposto del previsto stralcio.


Infine, relativamente al profilo ambientale, sul quale si profilava all’opposto un apprezzamento di natura indubbiamente discrezionale, consta che il Responsabile del procedimento attivato dal Comune abbia svolto un’attenta istruttoria e che la commissione edilizia abbia successivamente prescritto puntuali misure di mitigazione sia per la realizzazione della strada d’accesso sia per gli sbancamenti e le varie opere di cantiere.


Né può dirsi che sia contraddittoria e comunque carente la relazione redatta dall’Arch. Maura Belloni e dimessa in atti dai ricorrenti, poiché non si rinviene alcun contrasto tra le conclusioni da quest’ultima favorevolmente assunte e il pur esiguo impatto sul sistema ecologico ambientale attestato nelle premesse, visto che, per un verso, la copertura vegetale nell’ambito sottoposto a sopralluogo è apparsa fortemente compromessa dal pregresso uso del territorio e, dall’altro, la chiesetta, seppure posta in posizione dominante sul crinale che, scendendo dalla Cima Moren collega la stessa all’altopiano di Borno, offre una assai scarsa percezione visiva, tra l’altro sovente pertinente soltanto parte della copertura rispetto ai vari prospetti che si aprono sui sentieri aperti alla popolazione locale ed agli escursionisti.


Dalla documentazione fotografica prodotta dal resistente Comune emerge, poi, l’utilizzo di granito cosiddetto dell’Adamello con copertura di ardesia, dal che può apprezzarsi, tenuto conto della contenuta volumetria assentita, un inserimento nell’ambiente circostante appropriato e, per questo aspetto, insindacabile, sul piano della legittimità.


4 – Alla reiezione dei motivi introdotti in via aggiunta avverso la deliberazione consiliare 4.7.2003, n. 24, con cui è stata disposta l’acquisizione della chiesetta al patrimonio del Comune dell’immobile abusivo, ma di non disporne la demolizione d’ufficio, consegue l’improcedibilità per difetto d’interesse di entrambi i prodotti ricorsi nella parte in cui hanno contestato la illegittimità sotto vari profili della prima concessione edilizia impugnata, oltre che di tutte le altre statuizioni, che hanno preceduto il suo rilascio, nonchè di quella successiva per il completamento delle opere nel frattempo sospese: alcuna utilità trarrebbero, infatti, i ricorrenti dall’accoglimento delle dette censure dopo che il Comune ha riconosciuto funditus che la vista opera non poteva che considerarsi abusiva.


Circa le spese di giudizio è, tuttavia, avviso del Collegio che le stesse possano essere integralmente compensate fra le parti in causa, tenuto conto della particolarità della vicenda sopra definita.


P.Q.M.


il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia – Sezione staccata di Brescia – respinge il ricorso n. 821/2002 e dichiara improcedibile per difetto d’interesse quello n. 628/2003. Spese compensate.


Così deciso in Brescia, il 10.2.2004, dal Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia in Camera di Consiglio, con l'intervento dei signori:


Francesco Mariuzzo - Presidente

Stefano Tenca - Giudice

Antonio Massimo Marra - Giudice


NUMERO SENTENZA 928 / 2004

DATA PUBBLICAZIONE 24 - 08 - 2004


TP