TAR LOMBARDIA – SEZIONE STACCATA DI BRESCIA

SENTENZA N.687 / 2006


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO


Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia – Sezione staccata di Brescia ha pronunciato la seguente


SENTENZA


su ricorso n. 936 del 2005 r.g. proposto da

AN.PE. di MARIO ANNESSI & C. s.a.s.


in persona dei soci accomandatari pro tempore

PE’ LAURA

tutti rappresentati e difesi dagli avvocati Cesare Trebeschi e Francesco Trebeschi e presso gli stessi elettivamente domiciliati in Brescia, via Battaglie n. 50


contro


COMUNE DI PIANCAMUNO

in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall’avvocato Silvano Venturi e presso lo stesso elettivamente domiciliato in Brescia, via Aldo Moro n. 10


PE’ CESARE

non costituito in giudizio


per l’annullamento


della deliberazione consiliare n. 6 del 9/2/2005 e dell’allegato parere per la regolarità tecnica del responsabile dell’Ufficio tecnico, comunicati con nota sindacale 15/4/2005 n. 2153;

con il primo ricorso per motivi aggiunti

della deliberazione consiliare n. 23 del 30/6/2005 con cui è stato approvato il progetto definitivo – esecutivo dell’opera;

con il secondo ricorso per motivi aggiunti

delle note nn. 4712 e 4707 del 14/7/2005 del responsabile del procedimento;

con il terzo ricorso per motivi aggiunti

della deliberazione n. 23 del 30/6/2005 con cui è stato approvato il progetto definitivo – esecutivo dell’opera;

delle note in data 30/8/2005 del Responsabile del procedimento con cui sono stati individuati i beni da espropriare;

della deliberazione di Giunta comunale n. 128 del 25/9/2003 con cui è stato approvato il piano triennale delle opere pubbliche;

con il quarto ricorso per motivi aggiunti


7) del decreto di esproprio n. 1 del 6/2/2006 e del provvedimento del responsabile del procedimento n. 908 dell’8/2/2006 di avviso di immissione in possesso e di accertamento della consistenza ex art. 23 comma 1, lettera h) del d.P.R. 327 del 2001


Visti i ricorsi con i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune resistente;

Visti gli atti tutti della causa;

Designato come relatore, all’udienza del 26 maggio 2006, la dott.ssa Federica Tondin;

Uditi, altresì, i procuratori delle parti;

Ritenuto in fatto ed in diritto quanto segue:


FATTO


1. La società An.Pe. s.a.s. e la sig.ra Pe’ Laura sono rispettivamente nuda proprietaria e usufruttuaria di immobili siti nel Comune di Piancamuno, frazione di Solato, catastalmente censiti al foglio n. 11, mappali nn. 1725 e 1726, sui quali insistono una abitazione ed un giardino, con campo da tennis e di bocce.


Con il ricorso introduttivo del giudizio essi impugnano la deliberazione n. 6 del 9/2/2005 di approvazione del progetto preliminare (che costituisce anche variante allo strumento urbanistico ai sensi dell’art. 19, comma 2, del d.P.R.. n. 327 del 2001) per la realizzazione di un nuovo parcheggio, di un’area verde e della pavimentazione di parte del centro storico di Solato, in quanto prodromici all’espropriazione di una parte dei terreni di loro proprietà, ed in particolare di parte del giardino.


I motivi di censura sono i seguenti:


- violazione della garanzie partecipative ed incompetenza, perché il Comune non avrebbe preso in considerazione la proposta avanzata dai ricorrenti tesa a limitare il sacrificio imposto alla proprietà, grazie all’utilizzazione, per le opere pubbliche previste, di altra area, situata più a valle, e perché comunque sulla stessa si sarebbe pronunciato il Sindaco anziché il Consiglio comunale;

- violazione del principio di proporzionalità, poiché con l’adozione di altre adeguate soluzioni progettuali, debitamente proposte, si sarebbe arrecato un minor sacrificio alla proprietà;

- eccesso di potere per travisamento dei fatti, poiché contrariamente a quanto risulta nel provvedimento impugnato, nella frazione di Solato esisterebbero sufficienti parcheggi ed un’area verde, peraltro in stato di abbandono;

- mancanza del parere di idoneità tecnica, impropriamente espresso dal Sindaco anziché dal Dirigente.


2. Con il primo ricorso per motivi aggiunti la s.a.s. An.Pe. e Pè Laura impugnano la deliberazione consiliare n. 23 del 30/6/2005 con cui è stato approvato il progetto definitivo – esecutivo dell’opera pubblica e ne è stata dichiarata la pubblica utilità per i seguenti motivi di diritto:

- violazione del principio di proporzionalità, perché l’esecuzione dell’opera impone al privato un sacrificio sproporzionato (la riduzione del giardino, intimamente legato, per stile, all’abitazione signorile) e non necessario, posto che la medesima utilità potrebbe essere realizzata mediante espropriazione di diversa area, sempre dei ricorrenti, sita a valle della strada;

- invalidità derivata da quella del progetto preliminare impugnato con il ricorso principale.


3. Con il secondo ricorso per motivi aggiunti i ricorrenti impugnano le note nn. 4707 e 4712 con cui il responsabile del procedimento ha comunicato loro, ai sensi dell’art. 17 del d.P.R. 327/2001, che è divenuto efficace l’atto di approvazione del progetto definitivo – esecutivo e li ha inoltre resi edotti, ai sensi dell’art. 20 del medesimo d.P.R., che nei venti giorni successivi avrebbero potuto precisare il valore da attribuire all’area esproprianda ai fini della determinazione della relativa indennità.

Deducono i ricorrenti che le note predette sono illegittime perché le due comunicazioni, previste rispettivamente dagli artt. 17 e 20 del d.P.R. 327 del 2001, debbono essere distinte e non possono essere cumulate in un unico atto, mentre “il tentativo dell’amministrazione di contingentare i tempi della procedura …..comporta uno sviamento delle finalità della legge che prevede un preciso e chiaramente delineato dialogo tra espropriante ed espropriato, quale presupposto indefettibile per l’emanazione del decreto di esproprio” (pg. 4 ricorso per motivi aggiunti).


4. Con il terzo ricorso per motivi aggiunti i ricorrenti impugnano la deliberazione di approvazione del progetto definitivo – esecutivo dell’opera, già impugnata con il primo ricorso per motivi aggiunti, la delibera di approvazione del piano triennale delle opere pubbliche e l’atto con cui il responsabile del procedimento ha individuato i beni da espropriare.

Avverso l’approvazione del progetto definitivo- esecutivo sono dedotte le seguenti censure:

violazione dell’art 16 del d.P.R. n. 327 del 2001 in quanto l’ente resistente non ha proceduto all’invio dell’avviso di avvio del procedimento volto all’approvazione del progetto definitivo;

violazione del principio di proporzionalità, in termini analoghi a quelli già esposti nei precedenti ricorsi;

violazione dell’art. 14, comma 11, della legge n. 109 del 1994 perché le opere da realizzare non sarebbero state inserite nel programma triennale delle opere pubbliche se non per un importo nettamente inferiore (80.000 euro in luogo di 160.000);

violazione dell’art. 21 del d.lgs. n. 42 del 2004 per la mancanza del parere della Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio.

La delibera n. 128 del 25/9/2003 di approvazione del programma triennale delle opere pubbliche è impugnata per incompetenza, poiché avrebbe dovuto essere adottata dal Consiglio e non dalla Giunta comunale.

Con l’ultimo motivo di impugnazione i ricorrenti deducono di non aver ricevuto avviso di espropriazione della strada vicinale insistente sul mappale n. 1278, intestato a Laura Pè, indicato nella relazione allegata al progetto esecutivo come bene da acquisire.


5. Infine, con il quarto ricorso per motivi aggiunti, i ricorrenti impugnano il decreto di esproprio n. 1 del 6/2/2006 e il provvedimento in data 8/2/2006 del responsabile del procedimento di avviso della data di immissione in possesso.

Tali atti vengono impugnati per:

- violazione di legge, poiché l’intervento non è stato preceduto dal parere della Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio;

- violazione di legge ed eccesso di potere in riferimento al mappale n. 1728;

- illegittimità derivata.


6. Si è costituito in giudizio il Comune resistente eccependo, in via preliminare, l’inammissibilità del ricorso introduttivo del giudizio e del terzo ricorso per motivi aggiunti, l’improcedibilità per sopravvenuta carenza di interesse del secondo ricorso per motivi aggiunti e chiedendo, nel merito, che tutti i ricorsi vengano respinti siccome infondati.


7. Nella camera di consiglio del 10 marzo 2006 è stata disposta istruttoria; nella camera di consiglio del 24 marzo 2006 è stata accolta l’istanza cautelare di sospensione degli atti impugnati con il quarto ricorso per motivi aggiunti.


8. All’udienza del 26 maggio 2006 i ricorsi sono stati discussi e trattenuti in decisione.


DIRITTO


9. Occorre in primo luogo esaminare le eccezioni preliminari formulate dalla difesa del Comune resistente.

9.1. L’eccezione di improcedibilità del ricorso introduttivo del giudizio è fondata.

Il ricorso è stato notificato il 20 giugno 2005 e depositato il successivo 8 luglio.

L’art. 23 bis della legge n. 1034 del 1971 (introdotto dall'art. 4 della legge n. 205 del 2000) prevede la riduzione alla metà dei termini processuali, fatta eccezione per quelli di proposizione del ricorso, nei giudizi sulle materie contemplate nel 1 comma, tra cui rientrano “b) i provvedimenti relativi alle procedure di aggiudicazione, affidamento ed esecuzione di opere pubbliche o di pubblica utilità, ivi compresi i bandi di gara e gli atti di esclusione dei concorrenti, nonché quelli relativi alle procedure di occupazione e di espropriazione delle aree destinate alle predette opere”. Rientra nella previsione della lettera b) appena riportata anche l’approvazione del progetto preliminare, in quanto momento costitutivo necessario, nel sistema delineato dalla legge n. 109 del 1994, del procedimento per l’approvazione dell’opera pubblica, in vista della cui realizzazione l’ente ricorre alla procedura espropriativa.

Quanto all’interpretazione del citato art. 23 bis la giurisprudenza si è ormai definitivamente orientata nel senso che la novella legislativa di cui alla legge n. 205 del 2000, nel sottrarre la proposizione del ricorso al generale regime della riduzione alla metà di tutti i termini processuali, ha inteso riferirsi alla sola notificazione dell'atto introduttivo del giudizio, non anche al deposito dell'atto notificato, che deve, pertanto, avvenire nei quindici giorni successivi alla notifica, a pena di inammissibilità (cfr, ex multis, Consiglio di Stato, Ad. Plen., 31/5/2002, n. 5, la quale, con riferimento al deposito del ricorso in appello, ha apertis verbis dichiarato che, ai sensi dell'art. 23 bis della legge n. 1034/71, il termine per il deposito deve ritenersi ridotto a quindici giorni dall'avvenuta notificazione; Consiglio di stato, Sez. V, 6 ottobre 2003, n. 5897; id., 18 settembre 2003, n. 5326; id., 25 febbraio 2003, n. 1074; id., 17 aprile 2003, n. 2066; id., 18 settembre 2003 n. 5321; id., 31 maggio 2002 n. 3043; id., 25 novembre 2002 n. 6480; Consiglio di Stato, IV, 7 giugno 2004, n. 3541; id.14 maggio 2004, n. 3050; id., 28 agosto 2001 n. 4562; id., 9 ottobre 2002 n. 5363; id., 29 novembre 2002, n. 6526; Consiglio di Giustizia per la Regione Sicilia 16 ottobre 2002 n. 591; C.d.S., VI, 24 ottobre 2002 n. 5861; T.A.R. Campania, Napoli, I, 9 marzo 2004, n. 2801; T.A.R. Lazio, Roma, I, 8 ottobre 2004, n. 10491; T.A.R.Calabria, Catanzaro, II, 12 marzo 2004, n. 624; T.A.R. Toscana, I, 17 dicembre 2003, n. 6061; T.A.R. Puglia, Bari, I, 19 maggio 20004, n. 2480; T.A.R. Lombardia, Brescia, 17 febbraio 2004, n. 106; T.A.R. Sardegna, I, 22 ottobre 2004, n. 1509).

Ne deriva che nel caso di specie il ricorso è inammissibile, poiché depositato oltre il quindicesimo giorno dalla sua notifica.


9.2. L’eccezione di inammissibilità del terzo ricorso per motivi aggiunti è infondata. Tale ricorso ha ad oggetto la delibera di approvazione del progetto definitivo – esecutivo dell’opera, già impugnato con il primo ricorso per motivi aggiunti.

Il deposito in giudizio di tale atto è stato ordinato con decreto monocratico presidenziale n. 968 del 19 luglio 2005, con cui è stato concesso all’amministrazione un termine di otto giorni per l’adempimento. L’amministrazione ha espletato l’incombente il 25 luglio e di ciò la Segreteria della Sezione ha dato comunicazione al ricorrente il successivo 26 luglio. Secondo la prospettazione del resistente poiché il secondo ricorso ha ad oggetto un atto già impugnato con precedente ricorso esso non può sfuggire alla dimidiazione del termine di cui all’art. 23 bis; sotto altro profilo si evidenzia che comunque, anche a non voler accedere alla predetta impostazione, il termine per la notifica sarebbe decorso perché il dies a quo deve essere individuato nel momento del deposito e non nel momento in cui la Segreteria ne ha dato comunicazione ai ricorrenti.

L’eccezione è infondata.

Il primo ricorso per motivi aggiunti è stato notificato il 19 luglio 2005, avverso un atto di cui i ricorrenti non avevano piena conoscenza, tanto che il Presidente ha ordinato all’amministrazione di depositarlo negli otto giorni successivi. Il deposito è del 25 luglio, la comunicazione di Segreteria del 26 luglio; l’ulteriore ricorso per motivi aggiunti è stato notificato il 9 novembre 2005.

Secondo l’orientamento giurisprudenziale condiviso dal Collegio, il termine per la proposizione del ricorso per motivi aggiunti avverso un atto diverso da quello impugnato con il ricorso principale e ad esso connesso è sottratto alla dimidiazione di cui all'art. 23 bis, comma 2, della l. n. 1034 del 1971, nel testo aggiunto dall'art. 4 della l. n. 205 del 2000, ciò per la logica considerazione che l'eccezione ivi contenuta deve ad esso estendersi per identità di ratio, ossia per il necessario rispetto delle garanzie di difesa del ricorrente, che prevalgono sulle esigenze acceleratorie che informano la novella (così T.A.R. Sicilia Catania, sez. I, 31 gennaio 2005, n. 141; T.A.R. Calabria Reggio Calabria, 15 luglio 2004, n. 544).

Nel caso di specie il ricorso principale ha ad oggetto l’approvazione del progetto preliminare, mentre con motivi aggiunti è stata impugnata l’approvazione del progetto definitivo – esecutivo. Trattandosi di atto diverso da quello oggetto dell’impugnativa principale il termine per la sua impugnazione non è soggetto alla dimidiazione; esso, quindi, è di 60 giorni dalla piena conoscenza dell’atto (art. 21 della legge n. 1034 del 1971). Né rileva la circostanza che fosse stato proposto, prima della conoscenza del progetto definitivo –esecutivo , un ricorso “al buio” (e cioè il primo ricorso per motivi aggiunti), poiché tale fatto non ha alcuna influenza sulla determinazione del termine per l’impugnazione. Infatti, la circostanza che la parte abbia proposto i propri motivi di censura avverso tale atto in due ricorsi anziché in uno soltanto non ha alcuna conseguenza di carattere processuale, sempre che, per entrambi, sia stato rispettato il termine generale di impugnazione.

Occorre allora stabilire quale sia il dies a quo per il computo di detto termine. Secondo la prospettazione di parte resistente esso coincide con il tempestivo deposito dell’atto in giudizio.

Tale tesi non può essere condivisa, in quanto la piena conoscenza dell’atto di cui sia ordinato il deposito si considera raggiunta, se il deposito è tempestivo, nel momento in cui scade il termine per esso previsto. Nel caso di specie, il termine per il deposito scadeva 26 luglio, e, rispetto a tale data, la notifica del ricorso, del 9 novembre, è tempestiva.


9.3. L’inammissibilità del ricorso principale proposto avverso il progetto preliminare dell’opera pubblica rende inammissibili le censure di invalidità derivata dall’invalidità di tale atto contenute nei ricorsi per motivi aggiunti.


9.4. L’eccezione di improcedibilità per carenza di interesse del secondo ricorso per motivi aggiunti è infondata, poiché i fatti allegati dalla parte resistente a sostegno di tale eccezione impongono piuttosto di respingere il ricorso nel merito, per i motivi di seguito esposti.


10. Venendo al merito, va esaminato in primo luogo il primo ricorso per motivi aggiunti, nella parte non dichiarata inammissibile.

Con esso i ricorrenti impugnano il progetto definitivo – esecutivo dell’opera per violazione del principio di proporzionalità, in quanto l’amministrazione avrebbe potuto soddisfare l’interesse pubblico con un minor sacrificio di quello privato, e ciò mediante utilizzazione dell’area a valle della proprietà in luogo di parte del giardino.

La censura è infondata.

Come risulta dalla relazione al progetto preliminare dell’opera (doc. 21 fascicolo resistente), la realizzazione del parcheggio a valle di via Solato Inferiore, sul mappale n. 1728, sarebbe stata eccessivamente onerosa per l’amministrazione in considerazione della conformazione di tale terreno (“si sottolinea che la proposta, formulata dalla società ANPE, di realizzare i parcheggio a valle di via Solato Inferiore, sul mappale n. 1728, appare eccessivamente onerosa, in quanto il forte dislivello del terreno farebbe lievitare notevolmente i costi di realizzazione a causa della notevole altezza che dovrebbero avere i muri di contenimento).

Ne consegue che, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, l’amministrazione ha correttamente bilanciato gli interessi in gioco, facendo prevalere l’interesse pubblico alla realizzazione dell’opera sul sito più adatto, e con la minor spesa possibile, sull’interesse privato a vedere sacrificata una parte piuttosto che un’altra della sua proprietà.


11. Si può passare dunque all’esame del secondo ricorso per motivi aggiunti, con cui vengono impugnate le note nn. 4712 e 4707 del 14/7/2005 con cui il Responsabile del procedimento comunica l’avvenuta approvazione del progetto definitivo – esecutivo ed invita gli espropriandi, attuali ricorrenti, a prendere visione degli atti e ad indicare quale sia il valore delle aree da espropriare. I ricorrenti censurano la procedura adottata essenzialmente per violazione del principio del contraddittorio che sarebbe stato leso dalla “fusione” in un unico atto dei due avvisi di cui agli artt. 17 e 20 del d.P.R. n. 327 del 2001. Tuttavia, come evidenziato dall’amministrazione resistente, a seguito delle note impugnate i ricorrenti hanno provveduto il 6/8/2005 ad inviare le proprie osservazioni (espressamente qualificate ex art. 17 del d.P.R. 327 del 2001) sulla determinazione dell’indennità; il successivo 7/10/2005 hanno prodotto osservazioni ex art. 20 del medesimo d.P.R. ed infine, a seguito dell’offerta dell’indennità provvisoria, hanno nominato un tecnico di fiducia per l’instaurazione della procedura di determinazione dell’indennità definitiva. Ne deriva che nessuna compressione dei termini né alcuna violazione del contraddittorio si è in concreto realizzata, per cui il motivo di ricorso è infondato.


12. Con il terzo ricorso per motivi aggiunti i ricorrenti impugnano il progetto definitivo – esecutivo dell’opera, il piano triennale delle opere pubbliche e le note con cui il Responsabile del procedimento, ai sensi dell’art. 20 del d.P.R. n. 327 del 2001, individua i beni da espropriare e indica le somme per essi offerte.


12.1. La prima censura attiene al mancato invio dell’avviso ex art. 16 del d.P.R. n. 327 del 2001 prima dell’approvazione del progetto definitivo.

Dall’esame dei documenti prodotti in giudizio emerge che l’avviso di cui all’art. 16 non è stato dato e che tuttavia è stata garantita la partecipazione dei ricorrenti al procedimento amministrativo di approvazione dei progetti delle opere pubbliche sia nella fase antecedente al progetto preliminare sia nella fase intercorrente tra la approvazione di quest’ultimo e l’approvazione del progetto definitivo. I ricorrenti, d’altronde, hanno presentato osservazioni di cui si è tenuto debitamente conto nella relazione al progetto preliminare (cfr. il punto precedente) e hanno formulato, tramite i propri difensori, proposte transattive non accolte dal Comune. Essi si dolgono però del fatto di non aver potuto intervenire mediante presentazione di ulteriori osservazioni nella fase precedente all’approvazione del progetto definitivo, e ciò a causa del mancato invio dell’avviso ex art. 16 del d.P.R. n. 327 del 2001. Secondo le allegazioni contenute a pagina 7 del ricorso per motivi aggiunti l’intervento nel procedimento sarebbe stato volto ad evidenziare la possibilità di realizzare i parcheggi a valle della Strada di Solato inferiore, ossia sostanzialmente a ribadire quanto già evidenziato prima dell’approvazione del progetto preliminare.

Tuttavia l’amministrazione ha dimostrato in giudizio che la variazione progettuale che i ricorrenti avrebbero voluto ri-proporre non sarebbe stata realizzabile se non con maggiori oneri per l’amministrazione (come già detto al punto n. 10), per cui di deve ritenere che, ai sensi dell’art 21 octies della legge n. 241 del 1990, introdotto con legge n. 15 del 2005, non si possa far luogo all’annullamento dell’atto per essere raggiunta la prova che il contenuto del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.


12.2 Il secondo motivo di impugnazione (violazione del principio di proporzionalità) riproduce l’identica censura proposta con il primo ricorso per motivi aggiunti e già esaminata al punto n. 10, cui si rinvia.


12.3. Con il terzo e il quinto motivo di impugnazione i ricorrenti deducono che le opere realizzande non sono previste se non per una cifra nettamente inferiore (80.000 euro in luogo di 160.000) nel piano triennale delle opere pubbliche che, tra l’altro, sarebbe stato approvato dalla Giunta comunale in luogo del Consiglio. Le censure sono infondate in fatto, in quanto con deliberazione n. 5 del 26/2/2004 il Consiglio comunale ha approvato il programma triennale delle opere pubbliche, in conformità alla delibera di giunta n. 128 del 2003, prevedendo per le opere in esame la spesa di 80.000 euro. Con successiva delibera n. 49 del 29/12/2004 il Consiglio ha provveduto ad aggiornare il programma con la previsione di una spesa di 160.000 euro.


12.3. Con il quarto motivo di impugnazione i ricorrenti deducono la violazione dell’art. 21 del d. lgs. n. 42 del 2004 per difetto del necessario parere della Soprintendenza per i beni archeologici e per il paesaggio. Questo motivo sarà esaminato unitamente al primo motivo del quarto ricorso per motivi aggiunti, proposto avverso il decreto di esproprio.


12.4. Con l’ultimo motivo di impugnazione, che si esamina congiuntamente ad identico motivo contenuto nel quarto ricorso per motivi aggiunti, i ricorrenti censurano l’omissione dell’avviso di avvio del procedimento in riferimento all’espropriazione della strada vicinale compresa nel mappale n. 1728, menzionata nella relazione al progetto definitivo.

La censura è inammissibile non essendo detto mappale oggetto di espropriazione.


13. Con il quarto ricorso per motivi aggiunti i ricorrenti impugnano i decreto di esproprio e l’avviso di immissione in possesso.

Con il primo motivo di impugnazione viene dedotta la violazione del d. lgs. n. 42 del 2004, per difetto della necessaria autorizzazione della Soprintendenza.

Per verificare se l’area in questione sia o meno vincolata il Collegio, in sede di esame dell’istanza cautelare di sospensione dell’atto impugnato, ha disposto istruttoria, dalla quale è emerso che:

il progetto, come già esposto nella parte in fatto, prevede la realizzazione di un nuovo parcheggio a servizio della chiesa parrocchiale, di un’area a verde adiacente al parcheggio e il rifacimento di un tratto della pavimentazione stradale del centro storico della frazione di Solato, oltre al rifacimento della pavimentazione della chiesa;

la chiesa parrocchiale della natività di San Giovanni Battista, unitamente alle pertinenze, rientra nei beni sottoposti a vincolo e l’intervento che la riguarda è stato autorizzato dalla Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio, ai sensi dell’art. 21 del d.lgs. n. 42 del 2004, in data 12/9/2005;

con nota 13/2/2006 (doc. 34 fascicolo ricorrenti) la Soprintendenza ha comunicato al Comune che l’autorizzazione di cui sopra doveva intendersi riferita “alla sola sistemazione del sagrato della chiesa e non a tutto l’intervento” di realizzazione del nuovo parcheggio e dell’area a verde. Contestualmente quindi il Comune è stato invitato “a riformulare la richiesta ai sensi dell’art. 10 comma 4 sub g (del d. lgs. n. 42 del 2004) ed infine a predisporre la conseguente autorizzazione paesistica complessiva da sottoporre alla verifica di questo ufficio”;

che tutto l’abitato della frazione di Solato è sorto in prossimità della più antica chiesa di San Pietro risalente al 1100 e via via ingrandito; esso “appare ancora integro e di grande interesse architettonico per la molteplicità delle testimonianze tutt’ora esistenti” tanto che l’intera area in questione “è da ritenere di interesse storico – artistico – demoantropologico per cui sottoposto a tutela ai sensi del comma 1 e comma 4, sub g, dell’art. 10 del d. lgs. n42/2004” (nota 2885 depositata in Segreteria del Tribunale il 20 marzo 2006).

L’art. 10, comma 4, sub g) prevede che siano comprese tra le cose indicate al comma 1 e al comma 3, lettera a) “le pubbliche piazze, vie, strade e altri spazi aperti urbani di interesse artistico o storico”.

La qualificazione come bene culturale dell’intera area su cui dovrà essere effettuato l’intervento impone l’ottenimento dell’autorizzazione di cui all’art. 21 del citato d. gls. n. 42 del 2004 come condizione di realizzabilità delle opere in cui esso consiste. La procedura di autorizzazione è autonoma e distinta rispetto a quella di approvazione del progetto dell’opera pubblica e ne costituisce condizione di operatività, nel senso che, prima che sia intervenuta la predetta autorizzazione, l’opera non può essere realizzata. Ciò significa che legittimamente il Comune approva il progetto definitivo – esecutivo dell’opera prima di aver ottenuto la prescritta autorizzazione, ed anzi, tale approvazione costituisce presupposto per il rilascio della stessa autorizzazione, che non si può che basare sulla valutazione della modifica dello stato dei luoghi, così come emerge dal progetto definitivamente approvato. Ne consegue che è infondata la censura, contenuta nel terzo ricorso per motivi aggiunti, di invalidità del progetto definitivo per difetto della autorizzazione della Soprintendenza per i beni archeologici e per il paesaggio.

Tuttavia, l’operatività del progetto definitivo- esecutivo è, a sua volta, necessaria per dare corso all’espropriazione dei beni privati occorrenti alla realizzazione delle opere in esso previste, con la conseguenza che, in difetto di tale condizione, il decreto di esproprio è illegittimamente emesso.

Da ciò deriva che, nel caso di specie, mancando l’autorizzazione della Soprintendenza alla realizzazione delle opere di cui al progetto definitivo – esecutivo, detto progetto, difettando di un requisito di efficacia, non può costituire valido presupposto per l’emissione del decreto di esproprio.

Ne consegue che, in questi limiti, il decreto di esproprio è illegittimo e va conseguentemente annullato.

L’annullamento del decreto di esproprio ha effetti caducanti del successivo avviso di immissione in possesso.


14. I restanti motivi di impugnazione di invalidità derivata dall’invalidità dei precedenti atti, impugnati con i precedenti ricorsi, sono in parte inammissibili (in quanto si riferiscono all’invalidità del progetto preliminare, la cui impugnazione è stata dichiarata inammissibile) ed in parte infondati per i motivi già esposti in riferimento a ciascun atto presupposto.


15. Conclusivamente va accolto solo in parte il ricorso avverso il decreto di esproprio e l’avviso di immissione in possesso. Stante la soccombenza parziale il Collegio reputa che sussistano giusti motivi per compensare integralmente tra le parti le spese di lite.


P.Q.M.


il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia – Sezione staccata di Brescia – definitivamente pronunciando sul ricorso n. 936 del 2005 così provvede:

dichiara inammissibile il ricorso principale;

dichiara in parte inammissibile ed in parte infondato il primo ricorso per motivi aggiunti;

respinge il secondo e il terzo ricorso per motivi aggiunti;

accoglie, nei limiti di cui in motivazione, il quarto ricorso per motivi aggiunti e per l’effetto annulla il decreto di esproprio n. 1 del 6/2/2006 ed il provvedimento del responsabile del procedimento n. 908 dell’8/2/2006 di avviso di immissione in possesso;

compensa integralmente tra le parti le spese di lite.

Così deciso in Brescia, il 26 maggio 2006, dal Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia in Camera di Consiglio, con l'intervento dei signori:


Francesco Mariuzzo - Presidente

Gianluca Morri - Referendario

Federica Tondin - Referendario estensore


NUMERO SENTENZA 687 / 2006

DATA PUBBLICAZIONE 06 - 06 - 2006


TP